Il mercato delle scommesse di Fredberg e Branco si è trasformato in un autentico gioco d’azzardo. E oggi la Sampdoria, come mai prima nella sua storia, si ritrova a fare i conti con il rischio concreto della prima retrocessione in Serie C
Non mi piace dire “l’avevo detto”, ma a fine mercato avevo sollevato una questione precisa: puntare su troppi giocatori svincolati, alcuni dei quali con seri problemi fisici da recuperare, poteva trasformarsi in un boomerang. Purtroppo, ad Ascoli, quella che era una previsione si è trasformata in una drammatica conferma. La Sampdoria si è presentata con una rosa ridotta a quindici giocatori della prima squadra e cinque ragazzi della Primavera.
Per carità, il calcio non è una scienza esatta. Gli imprevisti fanno parte del gioco e gli infortuni possono colpire chiunque. Ma quando le emergenze diventano sistematiche, è inevitabile interrogarsi sulle responsabilità di chi ha costruito la squadra e di chi ne gestisce la preparazione.
Alla Sampdoria, con questa dirigenza, il clima sembra ormai diventato tossico. Jesper Fredberg ha cambiato lo staff medico e anche il lavoro atletico di Bernardo Corradi sta sollevando interrogativi. L’ennesimo campanello d’allarme è arrivato proprio ieri sera, quando Alessandro Di Pardo, dopo uno scatto, è stato costretto ad alzare bandiera bianca. La lista degli infortunati continua ad allungarsi e l’emergenza non accenna a rientrare.
Tanti soldi spesi, risultati disastrosi
Il paradosso del mercato di Fredberg e Americo Branco è tutto qui: pur disponendo delle risorse economiche necessarie per costruire una squadra con uno dei monte ingaggi più alti della Serie B, la Sampdoria si ritrova inchiodata all’ultimo gradino della classifica.
Un fallimento sportivo che non può essere liquidato come una semplice concatenazione di sfortunate coincidenze. Se investi risorse importanti e ottieni risultati del genere, devi avere il coraggio di interrogarti sulle tue scelte.
A questo si aggiunge una questione identitaria tutt’altro che secondaria. La rosa è piena di giocatori stranieri e viene spontaneo chiedersi quanti sentano davvero il peso della maglia blucerchiata e la responsabilità di rappresentare una storia e una tifoseria così importanti.
E qui arriva un’altra perla della gestione Fredberg-Branco: invece di favorire l’integrazione dei nuovi arrivati nella nostra realtà, anche attraverso l’apprendimento della lingua italiana e la conoscenza della tradizione blucerchiata, si organizzano corsi d’inglese per i giocatori italiani.
Fantastico!
Viene quasi da chiedersi se questa scelta non rifletta anche le difficoltà dello stesso Fredberg, che dopo due anni in Italia non sembra ancora aver fatto della nostra lingua uno strumento di comunicazione quotidiana. Un dettaglio? Forse.
Ma la comunicazione, in una società calcistica, è parte integrante della gestione. E quando tutto sembra procedere nella direzione sbagliata, anche questi particolari finiscono per assumere un significato preciso
La salvezza passa anche da fuori dal campo

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Adesso c’è l’Entella. Una partita delicatissima, prima che la sosta arrivi, forse, come una liberazione. Servirà ritrovare energie, lucidità e soprattutto punti.
L’unico raggio di luce che filtra da Bogliasco è rappresentato da Mister Luca D’Angelo un vero allenatore, finalmente una figura dalla quale aspettarsi un lavoro concreto sul campo.
A lui spetterà un compito enorme: rigenerare una squadra che ha bisogno di ritrovare condizione fisica, fiducia e dignità sportiva.
Ma sarebbe un errore pensare che tutto dipenda dall’allenatore. La vera partita della sopravvivenza si gioca anche fuori dal campo, nei corridoi della società e nelle decisioni di chi ha il potere di cambiare rotta.
Dalla dirigenza, ormai, è difficile aspettarsi qualcosa. La speranza era che Joseph Tey prendesse atto della situazione e rimuovesse Fredberg, individuando un dirigente competente, capace di rimettere ordine e provare a salvare il salvabile. Perché la Sampdoria ha bisogno di una guida all’altezza della sua storia, non di altri esperimenti.
Fredberg, le lamentele non cancellano le responsabilità
Quello che lascia maggiormente sbigottiti, però, sono le lamentele del CEO, che si domanda come mai una piazza come quella blucerchiata ne chieda la testa.
Ma diamine, Fredberg: cosa ti aspettavi?
Hai contribuito a costruire una squadra che sta vivendo una delle stagioni più difficili e umilianti degli ultimi ottant’anni di storia blucerchiata. Hai puntato su scommesse che non stanno pagando, ti ritrovi con una rosa falcidiata dagli infortuni e con una classifica che fa paura. E davanti a tutto questo ti sorprendi della rabbia dei tifosi?
La Sampdoria non è una società qualsiasi. È una storia, una tradizione, una comunità. Chi ne assume la responsabilità deve dimostrare, con i fatti, di esserne all’altezza.
Perché qui non è in gioco soltanto una stagione sbagliata. È in gioco la sopravvivenza sportiva della Sampdoria.
E allora, caro Fredberg, prima di chiederti perché la piazza voglia la tua testa, prova a chiederti che cosa hai fatto per meritare ancora la sua fiducia.
Red carpet, pasticcini e champagne? No, grazie. I tifosi vogliono rispetto, competenza e risultati. E soprattutto vogliono salvare la Sampdoria.



