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Sampdoria, e se avessero avuto ragione Ferrero e D’Aversa?

di Massimiliano Lussana
Sampdoria Ferrero D'aversa

La vittoria di Salerno ha ridato fiducia alla Sampdoria e a Massimiliano Lussana che si chiede: e se avessero avuto ragione Ferrero e D’Aversa?

Allora, forse non aveva tutti i torti Massimo Ferrero a non cacciare D’Aversa solo perché glielo chiedeva la piazza.

E lo dico io che non penso che Massimo Ferrero sia il migliore dei presidenti possibili, né che Roberto D’Aversa sia il migliore degli allenatori possibili, come ho detto e scritto in tempi non sospetti – io volevo Paolo Zanetti o Giovanni Stroppa e mi pare che stiano scrivendo storie entusiasmanti – quando in molti spiegavano seriosi che il presidente portava “simpatia” e “visibilità nazionale” per la Sampdoria e che l’allenatore “aveva alle spalle ottime stagioni e campionati vinti a Parma” e che l’ultimo subentro sempre a Parma non faceva testo.

Eppure, tutto questo non mi toglie l’onestà intellettuale di dire che Massimo Ferrero ha avuto tutte le ragioni a non esonerare D’Aversa contro il parere della piazza.

E di dire che, probabilmente, la cena del presidente con i giocatori è servito moltissimo a compattare il gruppo e a capire quale era la volontà dei giocatori.

Perché, vedete, dall’esterno è facile dire tante cose, è facile dire che un direttore sportivo magro e signorile nei modi di fare è certamente migliore rispetto a uno grasso e un po’ burino nei modi di fare.

Dall’esterno è facile contestare Gianluca Caprari (ma lo stesso vale per i genoani con il Divino Saponara) perché magari è innamorato della palla, senza rendersi conto che era l’unica delle punte che può giocare in tre ruoli diversi, come ha dimostrato a Roma e a Pescara e come sta dimostrando ampiamente a Verona e forse il problema era l’ambiente che lo fischiava appena toccava palla e non lui che toccava divinamente la palla.

Dall’esterno è facile entusiasmarsi per un goal all’esordio di Torregrossa, ma bastava capirne minimamente di calcio per capire che l’investimento su Torregrossa era una follia calcistica, alla luce di una cinquantina di gol in carriera, quasi tutti in serie B a parte una stagione vera, il che per una punta è un dato drammatico.

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Insomma, Ferrero evidentemente aveva elementi per tenere D’Aversa anche questa settimana.

E non perché, come diceva una parte della tifoseria doriana, “non aveva i soldi per prendere un altro allenatore”.

Anche perché basta leggersi i bilanci di tutte le formazioni di serie A per capire che la situazione contabile della Sampdoria è tutt’altro che disperata, ma anzi – paradossalmente, nonostante l’azionista non navighi nell’oro, tutt’altro – la società blucerchiata è fra quelle che ha i conti più a posto della serie A e paga regolarmente gli stipendi, come dimostra l’assenza di penalizzazioni, che in questo caso scattano in automatico.

E anche perché basta aver studiato le basi del diritto fallimentare per comprendere che altre aziende, anche con lo stesso proprietario, non c’entrano nulla con la società Sampdoria, peraltro blindata da un trust.

Certo, poi, la Salernitana è la Salernitana.

E la prestazione della squadra di Stefano Colantuono – come preventivato da un osservatore attento come Cesare Zapperi – è stata imbarazzante, senza nemmeno un accenno di reazione dopo i due gol blucerchiati. Almeno fino al doppio ottimo intervento di Emil Audero, che mi fa enorme piacere raccontare, perchè riscatta questo ragazzo dopo un inizio di campionato non entusiasmante.

Personalmente, penso che sia stata una bestemmia calcistica l’esonero di Fabrizio Castori, che ha portato la Salernitana in serie A contro ogni previsione e anche contro la consistenza stessa dell’organico.

Ma i numeri della Sampdoria dopo il primo tempo erano impressionanti: due gol a zero, possesso palla 55 a 45, nove tiri a zero, quattro tiri in porta a zero…

Numeri che poi, ovviamente, sono migliorati per la Salernitana, anche perché era difficile che peggiorassero.

Ma numeri che – nonostante l’oggettiva debolezza della squadra campana – dimostrano anche che la Sampdoria ha sofferto moltissimo i contemporanei infortuni dei suoi uomini più talentuosi, con più fantasia: Verre, finalmente tornato in campo, sia pure con una sola ora di autonomia, finché ha lasciato posto ad Askildsen, e Damsgaard, la cui assenza è pesantissima, soprattutto ora che c’è un allenatore che lo faceva giocare. A volte addirittura nel suo ruolo.

Ma quella di oggi è anche una vittoria del gruppo: penso ad esempio a Alex Ferrari, che sembrava assolutamente ai margini del gruppo, con soli tre minuti giocati fino ad oggi, ma che – quando si è fermato Maya Yoshida – ha giocato titolare, per i primi 65 minuti, quando tutti si aspettavano Chabot titolare.

E segni come questo sono proprio la prova che, in qualche modo – con tutte le difficoltà di un inizio di campionato prima entusiasmante ma con pochi punti rispetto al gioco messo in mostra, e poi oggettivamente molto deludente – la squadra c’è e il gruppo pure.

A questo punto la partita di sabato pomeriggio col bel Verona di Igor Tudor diventa l’ennesimo spartiacque per provare a raccontare una storia diversa.

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