La Sampdoria si ritrova in difficoltà da anni, i giocatori hanno i loro limiti ma c’è qualche domanda a cui la società deve rispondere. L’editoriale di Claudio Bianchi
I giocatori in rosa sono questi. E quando scendono in campo, si impegnano e danno tutto, vanno sostenuti.
Poi possiamo discutere per ore sulla loro utilità, sulle loro qualità tecniche e sulla loro adeguatezza a una squadra come la Sampdoria. Anzi, discutiamone pure.
Perché per molti di loro, probabilmente, la Sampdoria rappresenta già un traguardo. E questo è un altro discorso.
Non vorrei che qualcuno potesse pensare che io abbia la presunzione di saper fare il dirigente sportivo. Tranquilli: non è così.
Ci sono però dirigenti che, osservando quello che stanno facendo, danno l’impressione di non essere esattamente concentrati sul bene della Sampdoria. E, in alcuni momenti, sembrano quasi essere capitati lì per caso.
Una specie di concorso a premi, insomma.
A loro vorrei fare una domanda molto semplice:
L’OBIETTIVO DI QUESTA SOCIETÀ È IL RISULTATO SPORTIVO?
Perché, se la risposta è sì, allora faccio davvero fatica a comprendere alcune scelte e alcune strategie.
Ma è anche vero che potrei essere io a non capire.
Sampdoria, qual è il vero obiettivo sportivo?
Crisi Sampdoria, obiettivi e costruzione della squadra: ho una domanda da fare alla società…
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Del resto, non faccio il dirigente sportivo di professione e non saprei come muovermi in quell’ambiente.
Ed è proprio per questo che, da semplice tifoso, mi limito a porre alcune domande a chi quel ruolo lo ricopre davvero.
Perché da quattro anni si continua a partire con allenatori con poca esperienza?
Perché si continua a puntare su portieri stranieri che, hanno dimostrato evidenti limiti, senza provare a investire con maggiore convinzione su giovani profili italiani?
E perché si inizia il campionato con una sola punta centrale di ruolo, senza avere un vero sostituto?
E attenzione: nessuno pretende Erling Haaland.
Si poteva cercare semplicemente un giocatore funzionale al ruolo. Un Antonio Di Nardo qualsiasi, un Silvio Merkaj. Profili che probabilmente sarebbero costati molto meno rispetto a giocatori arrivati all’ultimo momento e infilati nella rosa blucerchiata quasi come quando al supermercato ci si ricorda all’ultimo di aver dimenticato il pane.
E il discorso non riguarda soltanto Salvatore Esposito.
Vale anche per Manuel Cicconi, Peter Vindahl, Stefan Gartenmann e altri.
Perché il punto non è stabilire se uno sia più o meno simpatico, se abbia giocato bene o male una partita, o se sia tecnicamente all’altezza della Sampdoria.
Il punto è chiedersi chi ha deciso che quei giocatori fossero quelli giusti per costruire questa squadra.
Il giocatore può sbagliare una partita.
La dirigenza sbaglia una programmazione.
Il giocatore può avere dei limiti tecnici.
La dirigenza decide di costruirci una squadra intorno.
Il giocatore risponde di quello che fa in campo.
La dirigenza risponde delle scelte, delle strategie e, soprattutto, dei risultati.
Perché il problema non è chi guida la macchina.
Il problema è chi gli ha dato le chiavi, ha scelto la strada e continua a dirgli che la direzione è quella giusta.
Prendersela con il giocatore è facile.
Chiedere conto a chi lo ha scelto è molto più scomodo.
Ma è l’unico modo serio per capire perché la Sampdoria continui a trovarsi nella stessa situazione.



