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Riccardo Ferri non dimentica la Sampdoria, che squadra…

di Luca Uccello
Riccardo Ferri Sampdoria

In esclusiva a ClubDoria46 Riccardo Ferri torna sulla sua esperienza alla Sampdoria. Due stagioni giocate per vincere prima dell’addio al calcio…

“La Sampdoria? Una nuova vita”. Parola di Riccardo Ferri che dopo aver lasciato la sua Inter accettò l’invito di Roberto Mancini di venire a Genova, accompagnare l’amico Walter Zenga. “Accettai con l’orgoglio e la voglia di voler dimostrare che potevo ancora fare la differenza”.

Si ricorda come arrivò a Genova?

C’era un’interessamento da parte della famiglia Mantovani, mi ero sentito anche con Roberto Mancini, che mi convinse subito ad accettare la Sampdoria. Il presidente Pellegrini aveva intenzione di cambiare Zenga con Pagliuca e nella trattativa ci finii anch’io

Una grande occasione per lei per rifarsi con un’altra grande squadra…

“Arrivai a Genova e trovai una società che aveva delle aspettative su di me. Un club che mi diede il tempo per recuperare la migliore condizione. Nessuno forse però si aspettava che potessi dare quel contributo così importante alla squadra in quel campionato”.

Il primo a sorprendersi sembra proprio lei…

Mi sentivo di dovere qualcosa alla Sampdoria che mi aveva dato questa opportunità. Ci sono riuscito per un anno e mezzo e non per due ma ho dato il 120% di me.

Era una squadra forte la sua Sampdoria?

Due squadre attrezzate per fare bene, per giocarsi un posto in Europa. Una squadra che avrebbe potuto vincere anche la Coppa delle Coppe se non fosse stato per quel gol di Schwarz nel finale.

Altri ricordi?

Non dimenticherò mai quel giorno quando perdemmo in casa con la Fiorentina. Uscimmo a piedi e ci applaudirono per il comportamento tenuto in campo. Una cosa insolita.  A San Siro era difficile vedere certe cose…”.

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coronavirus riccardo ferriA Genova si ricordano ancora di lei con piacere…

Sono stati due anni che ricordo con grande affetto. Ringrazio il popolo sampdoriano per l’affetto e l’appoggio che mi hanno dimostrato e dato. Apprezzarono che io ce la misi tutta per cercare di dare tutto quello che avevo. L’anno dopo giocai di meno, ci fu un problema con Eriksson e quindi decisi di smettere anche perchè con l’andare del tempo avrei dovuto allenarmi in un certo modo per ottenere il 50 per cento delle mie possibilità. Non avevo voglia di fingere di stare bene per strappare un contratto…

Smettere è stata la scelta giusta?

Fu una scelta di fisico e non di testa. La scelta più brutta per un calciatore. Ti rendi conto che il tuo corpo non è più in grado di sorreggere certe velocità, determinati urti e decidi di rientrare nei box come succede in F1…

Aveva mai giocato con un numero 10 come Roberto Mancini?

Mattheus era un numero dieci diverso, forse Beccalossi, ma come Mancini nessuno…

Uno dei più forti in Italia?

Un talento unico. Unico per la sua grande capacità e velocità di saper cogliere l’attimo, faceva cose che agli altri non riuscivano… e man mano che andava avanti con gli anni è riuscito a trasformarsi sempre più in attaccante, uno di quelli che segnava tanto. Era un leader, la squadra si identifica in lui. Oltre a essere un amico, quando sono arrivato a Genova mi ha ospitato a casa sua, è una persona splendida di qualità anche fuori dal campo…”.

Lei ha giocato anche con il miglior Ruud Gullit…

E’ sempre stto un avversario leale nel Milan. Poi quando ci siamo incontrati a Genova tra di noi è scattato subito qualcosa, un feeling immediato. Ci siamo divertiti un casino, per la sua simpatia e per quello che faceva vedere in partita come in allenamento: cose straordinarie. Aveva uno strapotere fisico, movenze che aveva lui e solo lui, un giocatore incredibile per la sua tecnica, faceva reparto da solo…



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