Mondiali 2026, tutto quello che c’è da raccontare su Panama, formazione che si è conquistata un posto al sole…
Dici Panama e la mente corre subito ai paradisi fiscali, ai segreti offshore e a quella striscia di terra tagliata in due dall’ingegneria umana per unire gli oceani. E magari, in parte, è ancora così. Ma se oggi provate a interrogare gli analisti tattici più raffinati del pianeta, vi risponderanno che Panama è altro. È un’eresia geografica. È un laboratorio geopolitico e sportivo che sta riscrivendo le regole del gioco nella macro-regione CONCACAF. La Nazionale dei Canaleros non gioca più come una selezione d’oltreoceano; gioca con la memoria associativa e i sincronismi esasperati di una squadra di club. Il calcio più sofisticato, cerebrale e moderno dell’America Centrale è nato qui. E il merito ha un nome, un cognome e un pedigree che stona magnificamente con la latitudine: Thomas Christiansen.
Danese di nascita, spagnolo d’adozione, Christiansen porta impresso nel DNA calcistico il dogma più puro del calcio moderno. È cresciuto nella mitica Masia del Barcellona, svezzato da Johan Cruyff in persona che lo fece esordire nel leggendario Dream Team dei primi anni Novanta. Quando è sbarcato a Panama, ha trovato una federazione arcaica e un movimento fermo all’età della pietra. Ha fatto tabula rasa. Ha preso i concetti catalani — uscita dal basso esasperata, possesso palla geometrico, triangolazioni strette, terzo uomo e difesa altissima — e li ha trapiantati sul Pacifico. Ma Christiansen non si è limitato a fare l’allenatore. Si è imposto come un manager all’inglese, un rivoluzionario strutturale. Fino a ieri i calciatori panamensi si allenavano nei potreros, i campetti polverosi, brulli e sconnessi figli dell’improvvisazione. Il tecnico europeo ha preteso e ottenuto manti erbosi paragonabili a biliardi. Ha introdotto l’uso massiccio dei droni per correggere le linee di passaggio in allenamento, la videoanalisi maniacale in stile data-room e i tracciamenti GPS per mappare ogni singolo chilometro percorso. Ha trasformato una truppa di volenterosi mestieranti in un ingranaggio scientifico.
Mondiali 2026 la storia di Panama
Mondiali 2026: la storia di Panama. Ecco il racconto
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Il confronto con il passato recente è impietoso. La prima, storica qualificazione a Russia 2018 era stata un miracolo folkloristico, strappata all’ultima giornata contro la Costa Rica grazie a un clamoroso “gol fantasma” di Gabriel Torres (una palla che non aveva mai superato la linea) che spinse l’allora Presidente Juan Carlos Varela a proclamare un giorno di festa nazionale.
Al Mondiale russo, però, la sbornia finì subito: la squadra, vecchia, ruvida e lentissima, fece da comparsa incassando un umiliante 6-1 dall’Inghilterra e un secco 3-0 dal Belgio, chiudendo con la peggior differenza reti del torneo. Oggi, di folkloristico non è rimasto nulla. C’è solo programmazione.
Nel percorso di qualificazione ai Mondiali, con Stati Uniti, Messico e Canada già ammessi di diritto come paesi ospitanti, Panama non si è limitata a passeggiare in un girone che rischiava di essere una corsa tra poveri. Ha spazzato via la concorrenza di Honduras, Costa Rica e Giamaica per manifesta superiorità estetica e strategica. L’orchestra panamense oggi suona sul prato rinnovato dell’Estadio Rommel Fernández, l’impianto intitolato all’indimenticato bomber del Tenerife morto tragicamente in un incidente stradale nel 1993. E lo spartito è guidato da un centro di gravità permanente: Adalberto “Coco” Carrasquilla. Centrocampista dai rasta inconfondibili, cervello della squadra in mezzo al campo ed eletto MVP assoluto della Gold Cup, Carrasquilla è il Sergio Busquets dei Caraibi, il metronomo del 4-3-3 di Christiansen. Attorno a lui ruotano la fisicità d’élite di Amir Murillo, terzino destro abituato ai ritmi europei, e terminali offensivi come José Fajardo e Ismael Díaz, punte d’assalto strutturate per capitalizzare l’enorme mole di gioco prodotta dal collettivo.
L’impatto di questo miracolo tecnologico va ben oltre il rettangolo verde: è un profondo sorpasso culturale.
A Panama, storicamente, il calcio non ha mai comandato. Era la terra della grande boxe, nobilitata dai pugni d’acciaio di Roberto “Mano de Piedra” Durán, quattro volte campione del mondo in diverse classi di peso, e soprattutto del baseball. Una nazione capace di esportare nella MLB americana leggende miliardarie come Mariano Rivera, il leggendario closer dei New York Yankees, cinque volte vincitore delle World Series e detentore del record assoluto della storia del baseball con 652 salvezze in carriera. Oggi, la narrazione è cambiata.
Grazie ai droni e alla lavagna tattica di Christiansen, i ragazzini nei barrios di Panama City o di Colón non sognano più il diamante del Bronx o la grande notte del pugilato al Caesars Palace.
Sognano l’Europa, i tacchetti ai piedi e le geometrie dello spazio. Il sorteggio mondiale per i Canalerosè stato spietato, inserendoli in un girone di ferro che sa di trappola: il Ghana, la Croazia e, in un clamoroso scherzo del destino, di nuovo l’Inghilterra. Una riedizione teorica della mattanza di sei anni fa. Questa volta, però, a presentarsi sul palcoscenico più importante del mondo non sarà una banda di picchiatori in cerca di un miracolo divino, ma un laboratorio tattico d’avanguardia pronto a guardare l’Europa dritta negli occhi. E a scambiare il pallone in un fazzoletto di terreno.



