Mondiali 2026, il Congo scende in campo una delle nazioni e nazionali più controverse e discusse è pronta a mostrarsi
La Repubblica Democratica del Congo torna ai Mondiali, e non è solo una questione di campo. Il via libera per gli Stati Uniti, ottenuto superando le rigide restrizioni sanitarie grazie a una quarantena preventiva in Belgio, segna il ritorno del Paese sul palcoscenico iridato dopo ben 52 anni. L’unica partecipazione risaliva infatti al 1974, sotto la dittatura di Mobutu e con il nome di Zaire.
All’epoca, il celebre e paradossale calcio di punizione allontanato da Mwepu Ilunga contro il Brasile non fu un gesto di ignoranza regolamentare, ma un disperato atto di sopravvivenza di fronte alle minacce di morte del regime.
Oggi la Nazionale guidata dal CT francese Sébastien Desabre viaggia con motivazioni ben diverse, simboleggiate dalla presenza di Michel Kuka Mboladinga, detto “Lumumba“, tifoso icona e statua vivente della libertà. Sul piano tecnico, il Congo è una squadra solida e organizzata: trascinata dal carismatico capitano Chancel Mbemba (idolo a Kinshasa) e da talenti come Meschack Elia e Yoane Wissa, ha dominato le qualificazioni allo Stade des Martyrs, superando colossi come il Senegal.
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Ma il calcio, qui, è soprattutto una cassa di risonanza geopolitica.
I giocatori usano la vetrina mondiale per denunciare i massacri silenziosi nel Kivu, regione ricchissima di minerali ma devastata dai conflitti: durante l’inno, la squadra si copre la bocca con una mano e punta due dita alla tempia.
Inserito in un girone di ferro con Portogallo, Colombia e Uzbekistan, il Congo ha in realtà già vinto la sua partita più importante: costringere gli occhi del mondo a guardare la sua storia.



