La Sampdoria perde ancora una partita. Perde malissimo e la società non c’è, fuori dal campo è assente in tutto. E non da ora…
C’è una sola partita da giocare, una sola battaglia da combattere. E non si gioca in campo. Si gioca fuori.
Perché il campo, ormai, non conta più. Non conta per questa società, non conta per chi la gestisce, non conta per chi sembra avere altri interessi da tutelare. E allora non capisco perché dovrebbe continuare a contare per noi.
Sono tre anni che assistiamo allo stesso spettacolo: tre campionati, uno peggio dell’altro. E questo sembra destinato a essere l’ennesimo capitolo della stessa storia. Poi arriverà probabilmente l’esonero di turno, verrà messo in panchina qualche altro allenatore raccattato per l’occasione, magari ci salveremo anche. E si ricomincerà da capo, fingendo che il problema sia stato risolto.
Ma il problema non è l’allenatore. Non è il modulo. Non è la formazione. Il problema è che il campo è diventato un dettaglio per una società che ha smesso di dare un senso alla Sampdoria.
E allora perché dovremmo continuare a comportarci come se novanta minuti potessero cambiare qualcosa? Perché dovremmo esaltarci per una vittoria o disperarci per una sconfitta, se tutto quello che succede in campo è soltanto la conseguenza di ciò che non funziona fuori?
Sampdoria, la partita da giocare è contro Tey e Walker
Sampdoria? L’unica partita da vincere è fuori dal campo
Perché dovremmo continuare a recitare la nostra parte in questa pantomima, facendo finta che esista ancora un progetto sportivo, mentre da tre anni assistiamo alla demolizione di ogni credibilità?
La Sampdoria non può essere il giocattolo di qualcuno. Non può essere il paravento dietro cui si nascondono interessi personali. Non può essere una società in cui il bene della squadra viene dopo quello di chi la controlla, la gestisce o ne trae vantaggio.
La Sampdoria appartiene a una storia, a una città, a una tifoseria. Non agli interessi di chi oggi la amministra.
Per questo la battaglia è fuori dal campo. Perché è lì che bisogna pretendere risposte, responsabilità e un cambiamento vero. Non l’ennesima promessa, non l’ennesimo comunicato, non l’ennesimo allenatore da sacrificare per prendere tempo.
Non dobbiamo più accontentarci di sopravvivere. Non dobbiamo più confondere una salvezza con una rinascita. E soprattutto non dobbiamo più farci distrarre da quello che succede nel weekend, come se una vittoria potesse cancellare tre anni di fallimenti.
La partita che conta è una sola: restituire la Sampdoria alla Sampdoria.
E quella partita non si gioca undici contro undici.
Si gioca contro tutto ciò che, da tre anni, impedisce a questa squadra di essere quello che dovrebbe essere.
Il campo può aspettare. La Sampdoria no.



