Il fallimento dell’Italia poteva essere evitato grazie alle 900 pagine del dossier che aveva pubblicato a suo tempo Roberto Baggio
C’è una verità scomoda che torna a galla ogni volta che la Nazionale fallisce: il declino del calcio italiano non è stato improvviso, ma previsto. E soprattutto ignorato. Al centro di questa storia c’è Roberto Baggio, e un dossier imponente, quasi novecento pagine, nato con l’ambizione di rifondare il sistema dalle fondamenta.
Non un documento teorico, ma un piano operativo dettagliato. Dentro c’era tutto: una nuova struttura per i settori giovanili, la creazione di centri tecnici territoriali, un modello di formazione per allenatori capace di rimettere la tecnica al centro. L’idea era chiara: smettere di inseguire il risultato a breve termine e tornare a formare calciatori pensanti, creativi, completi.
Il progetto prevedeva un’Italia divisa in macro-aree calcistiche, con osservatori dedicati e metodologie condivise. Un sistema moderno, ispirato alle migliori realtà europee, dove il talento venisse coltivato e non sacrificato. Particolare attenzione era riservata alla figura del “numero 10”, sempre più scomparsa nel panorama nazionale: un simbolo, ma anche una necessità tecnica.
Italia, quanto sarebbe servito il progetto di Roberto Baggio…
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Eppure quel lavoro non ha mai trovato applicazione reale. Rimasto ai margini delle stanze decisionali della FIGC, il dossier è diventato negli anni il simbolo delle occasioni mancate. Troppo innovativo, forse troppo scomodo per un sistema poco incline a riformarsi davvero.
Nel frattempo, il calcio italiano ha continuato a perdere terreno. Le accademie hanno faticato a produrre talenti di livello internazionale, la Nazionale ha smarrito identità e qualità tecnica, e i risultati sono progressivamente peggiorati. Le esclusioni dai grandi tornei non sono più incidenti, ma conseguenze.
Il punto più amaro è proprio questo: non si tratta di mancanza di idee, ma di mancanza di coraggio. Quel piano rappresentava una visione a lungo termine, una rivoluzione culturale prima ancora che sportiva. Ma è rimasto inascoltato.
Oggi, mentre si cercano nuove soluzioni e nuovi responsabili, quel dossier torna inevitabilmente d’attualità. Non come nostalgia, ma come monito. Perché il vero fallimento non è non aver previsto la crisi, ma aver scelto di non affrontarla.



