C’era una volta la Sampdoria di Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Una Sampdoria che vinceva e faceva invidia all’altra metà della città
Correva l’anno 1991: il 19 maggio, giorno glorioso, i blucerchiati di Boškov travolgono il Lecce in casa per 3-0, con Cerezo, Mannini e Vialli che regalano a metà città – l’altra metà rosicava – un sogno irripetibile.
Coppa Italia e Coppa delle Coppe avevano già fatto da apripista alla fine degli ‘80, ma il popolo blucerchiato cercava la consacrazione, l’ineluttabile culmine di un’ambizione che sembrava destinata a non finire mai, almeno fino a quando Ronald Koeman, l’anno successivo e in pieni supplementari, non ruppe l’incantesimo.
E dire che prima del “ciclo d’oro” nessuno, nemmeno i bookmaker più temerari e spericolati, avrebbe puntato un soldo sulla Samp. In un sistema diverso da quello calcistico, ma nemmeno così tanto lontano, come quello delle scommesse e del gioco d’azzardo, il rischio è sempre consapevole e calcolato, il gioco deve essere responsabile: chi all’epoca seguiva le quote – in un mondo lontanissimo dalla trasparenza e dagli strumenti di controllo che oggi caratterizzano i migliori nuovi casinò regolamentati — avrebbe investito su qualsiasi cosa tranne che sul Doria. Eppure riuscimmo, in quegli anni, a sfuggire a qualsiasi regola e pronostico, ad andare oltre ogni possibile previsione, a stupire, ad incantare anche il dio del pallone.
E dopo la luce, ecco il tramonto

C’era una volta la Sampdoria di Gianluca Vialli e Roberto Mancini…
Furono gli anni successivi, fatta eccezione per la Coppa Italia del ‘94, che all’epoca ci sembrava “poca roba” e che oggi pare inarrivabile, a condannarci all’oblio e alla cupezza di momenti senza gloria.
Sì, certo, ci provò – e forse in parte ci riuscì – Antonio Cassano da Bari ad illuminarci, a farci credere in una rinascita, a spingerci ad un atto di fede nei risultati – perché verso la maglia, quella fede, non era mai mancata – ma, per chiunque avesse vissuto gli ultimi due decenni del XX secolo, rimaneva pur sempre un bagliore in mezzo al nulla, qualcosa di non paragonabile agli anni del Mancio e di Luca Vialli.
E oggi assistiamo ad un continuo decadimento, con una società che si concentra più su proclami e business che sul cuore, non riuscendo però a garantire nemmeno i risultati o, a chieder poco, una minima continuità.
I tifosi lo sanno, lo sentono
Per chi vive lo stadio da sempre, da una curva o da una tribuna non importa, le sensazioni sono tutto: lo furono in quegli anni fantastici, quando sentivamo di potercela fare; lo sono tutt’oggi, quando non crediamo alle promesse di gente che potrebbe spiegarci, magari, l’economia e l’alta finanza, ma di certo non può darci lezioni di calcio e passione, di sudore e adrenalina.
D’altronde, se il buongiorno si vede dal mattino, saranno giornate dure per Corradi e compagni, come abbiamo recentemente titolato in un apposito approfondimento: il popolo blucerchiato non si è spento, pulsa ancora, ma è stanco di veder ripetersi sempre la stessa storia che, purtroppo per noi, non è quella degli anni d’oro.
Noi c’eravamo al tempo e ci siamo ancora oggi, come abbiamo ampiamente dimostrato seguendo la squadra ovunque, ma senza un progetto serio e senza metterci l’anima non ci sarà possibilità di rialzarsi. Questo lo sappiamo, perché lo viviamo, lo respiriamo, lo sentiamo sulla pelle… e non abbiamo di certo bisogno che qualcuno venga a spiegarcelo!



