Matteo Asquasciati era lì, ad Avellino per la Sampdoria. Ci è rimasto fino alla fine ma ora il tempo di scherzare sulla passione dei tifosi è finito…
Matteo Asquasciati era ad Avellino. E da lì, dai gradoni del Partenio guardando la Sampdoria perdere così, senza combattere, ha sentito un grande sconforto. L’ennesimo momento di debolezza per chi ama questi colori. Quelli più belli del mondo. Uno sconforto che l’ha fatto scrivere. Una lettera aperta sui suoi profili social:
Da anni ormai, da Bogliasco, aspettavamo una risposta. Non una risposta scritta, magari. Sarebbe bastato e basterebbe un segno: una chiusura buona, una palla spazzata lontano, un compagno che arrivasse prima dell’avversario. Qualcosa che dicesse: siamo ancora qui…
Matteo parla del “lampo” di Lorenzo Insigne, parla di quella pioggia di goal che ci è piovuta in testa all’improvviso. Il resto è storia. Una delle tante che ci raccontiamo da cinque anni a questa parte. Storie che Matteo racconta maglio di me…
Io, mentre osservavo gli ultimi dieci minuti di partita, ormai da seduto nella parte inferiore del settore ospiti, pensavo ai galli da combattimento. Il gallo non promette di vincere. Promette soltanto che combatterà. E forse, per adesso, alla Sampdoria io non chiedo di evocare la gloria o di vivere e di tornare alla grandezza; le chiedo soltanto di ritrovare almeno quella postura, la volontà di stare in piedi, di non consegnarsi alla partita prima ancora che sia finita.
Perché il guaio non è perdere una battaglia. È smettere di riconoscersi nell’arena. Ma sotto tutte le parole resta la stessa domanda, quella che nessuno ha il coraggio di spedire: “Quando tornerai a essere la Sampdoria?”. E la risposta, come certe lettere attese per anni, continua a non arrivare.
Sampdoria, basta promesse ora non si può più scherzare
Sampdoria, Matteo Asquasciati: il tempo di scherzare sulla nostra passione è finito…
La riflessione scritta di Matteo è profonda, senza alcuna risposta. O soluzione, almeno per il momento.
Il tifoso investe emozioni, tempo, denaro e identità, mentre la squadra gli restituisce da anni una prestazione che non sembra riconoscere il peso di quel legame.
Io, allora, mi sento un po’ come il colonnello di Gabriel Garcia Marquez in “Nessuno scrive al colonnello”: continuo ad aspettare, ma non perché non veda la realtà. Aspetto perché il mio legame esiste ancora.
E, dopo questa surreale serata avellinese, la lettera che aspetto è semplice: nessuna altra promessa del cazzo, ma una risposta seria e vera in campo.
Il tempo di scherzare sulla mia (nostra) passione è finito.



