Mondiali 2026: da Nannini-Bennato ai Daft Punk e Rosalía, il viaggio nella musica che fa ballare il calcio.
Ogni grande rassegna iridata porta con sé un bagaglio di immagini destinate a rimanere scolpite nella memoria collettiva, ma a definire davvero l’atmosfera di un Mondiale è spesso la sua colonna sonora. Il legame tra il rettangolo verde e le note musicali è viscerale, capace di trasformare canzoni nate per motivi del tutto estranei allo sport in autentici inni generazionali. Se il punto di riferimento per il pubblico italiano resta l’intramontabile estate del 1990 segnata dal duo Nannini-Bennato, oggi l’universo calcistico globale si arricchisce di nuove, incredibili contaminazioni culturali.
Le canzoni viaggiano tra i confini e le storie dei popoli: i bosniaci Dubioza Kolektiv animano gli spalti con una satira sull’emigrazione verso l’America, la Francia esulta sulle note elettroniche dei Daft Punk e il Marocco festeggia con i ritmi di RedOne.
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Ogni nazionale ha la sua identità profonda, che sia il Messico mariachi di Cielito Lindo, l’Argentina che unisce in Matador il ricordo politico di Víctor Jara al mito di Maradona, o la Spagna che balla il pop liberatorio di Rosalía.
Una rassegna che vive anche di personaggi unici come lo spagnolo Marc Cucurella, celebre non solo per il campo ma per i 45 minuti necessari a districare i suoi famosi e folti capelli in bagno prima dei match. Che si tratti di cumbia peruviana, di ballate folk americane o di un riff rock universale come quello dei White Stripes nel 2006, la musica dimostra che quando il pallone rotola non è mai un semplice contorno, ma l’anima stessa del gioco.



