Mondiale 2026, il torneo più bello ed importante del mondo sta mettendo in vetrina una serie di eroi o anti eroi che fanno storia
Dietro la parvenza patinata della Coppa del Mondo si nasconde un’epica solitaria, scritta a guanti stretti dai portieri che stanno marchiando a fuoco il torneo. C’è la doppia favola del quarantenne capoverdiano Vozinha, idolo da 15 milioni di follower dopo aver ipnotizzato la Spagna sotto gli occhi della madre, giunta in extremis grazie a una mobilitazione popolare. Poco distante brilla il trentasettenne olandese di nascita Eloy Room, oggi al Miami FC, che ha blindato la sua porta stringendo poi la mano ai reali d’Olanda, con una dedica speciale a un ex collega scomparso. Riflettori accesi anche sulla dinastia egiziana di Moustafa Shobeir, classe 2000 e figlio d’arte del mitico Ahmed, capace di disinnescare il Belgio confermando la gloriosa tradizione di famiglia già espressa con la maglia dell’Al-Ahly.
In Messico è invece già tempo di eroi nazionali: Raúl Rangel, baluardo del Chivas, riceverà una statua a Guadalajara per il miracoloso doppio intervento su Cho Gue-sung che ha garantito i sedicesimi ai padroni di casa, un traguardo dedicato alla madre e alla nonna che lo hanno cresciuto tra mille sacrifici.
Mondiale 2026, non tutti gli eroi hanno conti correnti da Paperoni…
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Ma le parabole più commoventi toccano la sfera della sopravvivenza: il venticinquenne paraguaiano Orlando Gill ha sbarrato la strada alla Turchia di Montella dopo che, anni fa, la moglie fu costretta a vendere persino la maglia del debutto all’Under 20 per mantenere il neonato Lautaro.
Una miseria amara vissuta anche dall’iraniano Alireza Beiranvand: l’ex pastore del Luristan, a cui il padre strappava i guanti per punizione, è passato dal lavoro di spazzino e lavaggista fino al rigore parato a Ronaldo nel 2018, prima di ripetersi oggi a Los Angeles contro il Belgio, confermando che la porta mondiale è un confessionale di miracoli e resilienza.



