Quando calcio e cinema incontrano il proprio destino è sempre un successo da Pelè alla Longobarda è sempre stato un successo….
Mentre i Mondiali di calcio prendono il via evidenziando la terza assenza consecutiva della Nazionale italiana , il legame storico tra pallone e cinema offre il perfetto rifugio culturale per elaborare il lutto sportivo. Il rapporto tra la macchina da presa e il rettangolo verde ha radici antiche, capaci di spaziare dalle pellicole d’anteguerra come Cinque a zero (1932) di Mario Bonnard — basato sulla storica cinquina della Roma alla Juventus e recitato dall’intera rosa giallorossa dell’epoca — fino al cinema sovietico con Il portiere (1936), commedia che schierava i veri atleti della Dinamo Kiev. Nel secondo dopoguerra, l’ispirazione tornò italiana attraverso commedie corali sui tifosi come Parigi è sempre Parigi (1951) con Aldo Fabrizi e La domenica della buona gente (1953) con una giovane Sophia Loren , alternate a drammi agonistici sul campo come L’inafferrabile 12 (1950) con Walter Chiari o Gli eroi della domenica(1952) con l’ex calciatore Raf Vallone.
Cinema e pallone un binomio perfetto
Cinema – da Pelè alla Longobarda tutte le icone del pallone sul grande schermo. La storia
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Il rettangolo verde, tuttavia, ha saputo farsi anche dramma profondo e autoriale, evidente nella malinconia provinciale di Ultimo minuto (1987) di Pupi Avati con Ugo Tognazzi , nella denuncia della violenza ultras con Ultrà (1990) di Ricky Tognazzi — premiato a Berlino — fino al memorabile esordio di Paolo Sorrentino con L’uomo in più (2001), lucida trasfigurazione cinematografica della parabola umana del centrocampista Agostino Di Bartolomei.
Con il nuovo secolo, lo sguardo si è fatto internazionale e geopolitico: il dissidente iraniano Jafar Panahi in Offside (2006) ha usato una partita per denunciare la segregazione di genere negli stadi , mentre Ken Loach ne Il mio amico Eric (2009) ha trasformato Eric Cantona nello spirito guida della classe operaia britannica. Infine, le recenti avanguardie europee hanno ridefinito il genere, dai documentari concettuali del rumeno Corneliu Porumboiu come The Second Game (2014) e Infinite Football (2018) , fino alle visioni surreali e ipnotiche del georgiano Alexander Koberidze in What Do We See When We Look at the Sky? (2021) e Dry Leaf (2025) , confermando che il calcio sullo schermo non è mai un semplice gioco.



