La storia di Pietro Vierchowod dagli inizia alla Sampdoria fino all’addio. La storia dello Zar quello di un difensore… Fenomeno
Pietro Vierchowod, l’Uomo d’acciaio. Lo chiamavano anche “Zar” perché il padre, Ivan Luchianovic, era un soldato ucraino dell’Armata rossa. Un padre fatto prigioniero dai nazisti, mandato nei campi di prigionia a Bolzano, Pisa e Modena. Poi una volta finita la guerra, si è rifiutato di tornare in Ucraina, a lavorare nella fonderia di Ricovo. Si è sposato, ha lavorato come facchino e l’ortolano e poi il meccanico nella fabbrica delle motociclette bicilindriche Rumi.
Pietro – racconta la pagina di Sportweek a firma di Germano Bovolenta – subito dopo le Medie, ha fatto l’apprendista idraulico. Lavorava e giocava nella Romanese, in Serie D.
In un’amichevole contro il Como ho marcato Renato Cappellini, che poi è diventato centravanti nell’Inter di Helenio Herrera. Non gli ho fatto toccare palla e mi hanno preso subito
Un bel vizio che ha poi proseguito in altre categorie, in giro per l’Italia e poi in Europa. Ma andiamo per ordine. “Esordio in Serie B a 18 anni. Difensore centrale in coppia con Piero Volpi, oggi capo dello staff medico dell’Inter. In A, debutto il 14 settembre 1980 contro la Roma. Lo lancia, terzino destro, Pippo Marchioro. Pietro ha 21 anni, esplode e passa subito alla Fiorentina e, l’anno successivo, alla Roma”.
Di quelle sue avventure disse:
A Firenze, con Picchio De Sisti allenatore giocavo a uomo. Nella Capitale, Liedholm mi ha messo in campo e non mi ha detto niente della zona. Solo: joca, Pietro. Ho dovuto chiedere ai miei compagni, a Falcao, Nela e Di Bartolomei come e dove mettermi. Il Barone era superstizioso, ti dava lui la maglia, guai se la prendevi tu. S’incazzava. Voleva consegnartela in mano
Pietro Vierchowod, lo Zar che fermo tutti: da Boninsegna a Inzaghi

Sampdoria, la storia di Pietro Vierchowod: lo Zar fermò il Fenomeno e non solo. Il racconto di Sportweek
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Germano Bovolenta sottolinea come Pietro Vierchowod divenne uno dei migliori difensori della sua generazione. A dirlo anche i numeri. Venti stagioni in serie A. Vince uno scudetto con la Roma (1983), uno nei suoi dodici campionati con la Sampdoria (1991), la Champions League con la Juventus (1996), all’Olimpico di Roma contro l’Ajax. Poi Perugia e una stagione al Milan a 38 anni e Piacenza.
Si ritira solo nel 2000 e, a 40 anni, segna il suo ultimo dei 38 gol in Serie A. Il suo bilancio? Decisamente positivo.
Ho giocato 562 partite nel campionato più bello del mondo e vinto molto. Ho marcato Van Basten e non mi ha mai segnato su azione. Ho giocato contro Boninsegna e Shevchenko. E Bettega, Pulici, Paolo Rossi, Altobelli, Pruzzo e Careca, Rummenigge, Batistuta, Weah. E anche Bobo Vieri, Pippo Inzaghi. Ravanelli. A 40 anni ho fermato due volte Ronaldo dell’Inter. Il Fenomeno ha segnato solo su rigore. Insomma, dài, mi è andata bene…
Sportweek però non lo perdona come allenatore. Catania (C1), Florentia Viola (Fiorentina in C2) e Triestina (B).
Il mio carattere mi ha frenato. Da allenatore, a Firenze, sono stato esonerato quando ero secondo in classifica. Il motivo? Ho semplicemente litigato, come ho fatto molte volte. È andata così: dalla vita non si può aver tutto…



